Scopri la storia di Filippo Antonio Asinari e di come…

Filippo Antonio Asinari

l’uomo che ha cambiato il destino dello Chardonnay in Piemonte

Oggi ti raccontiamo una storia di quelle che non restano nei libri, ma si ritrovano direttamente nel bicchiere.

Hai mai sentito parlare di Filippo Antonio Asinari? Marchese di San Marzano, figura mitica che attraversa la storia del Piemonte fino ad oggi, e che ritroviamo ogni volta che si stappa uno Chardonnay coltivato su queste colline.

Quando parliamo di questo vitigno nelle nostre degustazioni, non lo facciamo solo per descriverne i profumi o la struttura ma perché alla sua origine c’è una scelta precisa, quasi rivoluzionaria per l’epoca: quella di portare un’uva francese in Piemonte e immaginare che potesse diventare qualcosa di nuovo.

Ed è proprio qui che la storia si intreccia con il territorio, con la nostra tenuta e con l’esperienza che proponiamo oggi.

Chi era Filippo Antonio Asinari

Filippo Antonio Asinari di San Marzano nasce nel 1767 in una delle famiglie nobili più influenti dell’Astigiano. La sua vita però non è quella di un semplice proprietario terriero: è militare, diplomatico, uomo di stato.

Lavora al servizio dei Savoia, ma anche sotto Napoleone, attraversando un periodo storico complesso, fatto di cambiamenti politici e culturali profondi. Questo lo porta a viaggiare molto, soprattutto in Francia, che in quel momento rappresenta un punto di riferimento anche per il mondo agricolo e vitivinicolo.

Ed è proprio durante uno di questi soggiorni che succede qualcosa destinato a lasciare il segno.

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Il viaggio in Francia e l’intuizione

Durante la sua permanenza in Borgogna, Asinari entra in contatto con uno dei territori più prestigiosi al mondo per il vino. Qui scopre lo Chardonnay nella sua espressione più pura, tra vigneti come Montrachet, dove questo vitigno raggiunge livelli straordinari.

Non si limita ad apprezzarlo: decide di portarlo con sé.

Intorno ai primi dell’Ottocento, torna in Piemonte con alcune barbatelle di Chardonnay e le pianta nelle sue proprietà a Costigliole d’Asti. Un gesto che oggi può sembrare normale, ma che all’epoca era tutt’altro che scontato.

Non si trattava solo di importare una varietà straniera. Era un modo nuovo di pensare la viticoltura: osservare, sperimentare, adattare.

Le prime vigne di Chardonnay in Piemonte

Secondo la tradizione e le fonti storiche, è proprio nelle vigne di Asinari che lo Chardonnay inizia a radicarsi nel nostro territorio.
Un passaggio fondamentale, perché da lì in avanti questo vitigno troverà sempre più spazio, fino a diventare una presenza consolidata in Piemonte.

Nella nostra realtà, questa storia non è solo un riferimento lontano: è parte dell’identità del nostro relais.Si racconta infatti che proprio qui siano state piantate alcune delle prime barbatelle di Chardonnay portate dal marchese.

È per questo che abbiamo scelto di rendere omaggio a questa figura attraverso il nostro Chardonnay: non come esercizio di stile, ma come continuità.

Barbatella
chardonnay-grappolo

Non solo vitigni: un approccio innovativo

Ridurre Asinari a “colui che ha portato lo Chardonnay” sarebbe limitante. Il suo contributo è molto più ampio.

È stato uno dei primi a introdurre tecniche di coltivazione e vinificazione più avanzate per l’epoca, influenzato proprio dalle esperienze francesi. Un approccio che oggi definiremmo sperimentale, ma che allora rappresentava una vera innovazione.

L’idea di osservare altri territori, studiarli e poi adattare le pratiche al proprio contesto è qualcosa che ancora oggi è alla base del lavoro in vigna e in cantina.

In questo senso, Asinari non è solo una figura storica: è un precursore di un modo moderno di fare vino.

Lo Chardonnay oggi: tra territorio e tecnica

Oggi lo Chardonnay è un vitigno internazionale, presente in tutto il mondo. Ma ogni territorio lo interpreta in modo diverso.

In Piemonte trova una sua identità precisa: meno opulenta rispetto ad alcune versioni francesi, ma più fresca, equilibrata, spesso giocata sulla finezza.

Nel nostro caso, la vinificazione segue un percorso pensato per valorizzare sia il vitigno che il territorio:

  • fermentazione iniziale in acciaio, per mantenere freschezza e profumi varietali
  • passaggio in barrique a metà fermentazione
  • affinamento per circa 10 mesi, con una combinazione di legno nuovo e usato
  • batonnage settimanale, per aumentare struttura e complessità

Questo lavoro si traduce in un vino che unisce più livelli: la parte fruttata dello Chardonnay, le note più morbide e cremose date dal legno, e una mineralità che racconta il territorio.

Degustazioni in cantina

Degustare una storia, non solo un vino

Quando lo Chardonnay arriva nel calice, tutto questo non è immediatamente visibile. Si percepiscono profumi, sensazioni, equilibrio.

Ma dietro c’è un percorso lungo due secoli.

Per questo, durante le degustazioni, scegliamo di raccontare anche questa storia.
Non come una lezione, ma come un modo per dare profondità all’esperienza.

Capire perché oggi esiste uno Chardonnay in queste colline cambia il modo in cui lo si assaggia. Non è più solo un vino bianco: diventa il risultato di un’intuizione, di un viaggio, di una scelta fatta molto tempo fa.

Dal passato all’esperienza di oggi

Oggi, tra le colline che circondano il Monvì relais, questa eredità continua a vivere.
Non in modo nostalgico, ma concreto.

Ogni bottiglia è un punto di contatto tra passato e presente: tra chi ha portato qui un’idea nuova e chi continua a lavorarla, vendemmia dopo vendemmia.

Ed è proprio questo che cerchiamo di trasmettere: un’esperienza che non si ferma alla degustazione, ma che mette insieme territorio, storia e vino in modo naturale.

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